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BL 9/2007: La scuola più remota del mondo Sumdho LA SCUOLA PIÙ REMOTA DEL MONDO: SUMDHO
Sumdho è una delle scuole più remote del TCV, ed è situata nei pressi del lago Tsomoriri ai confini col Tibet. Nel comprensorio Sumdho Hanle ci sono circa 200 bambini, la maggior parte sono tibetani rifugiati ma anche ladakhi. La scuola è molto poco visitata da turisti e quella di Hanle è proprio off-limits. Per quanto riguarda il TCV lascerei la parola a Jetsun Pema, sorella del Dalai Lama e per anni coordinatrice dei TCV "…Dal suo umile inizio avvenuto 40 anni fa, il Tibetan Children's Village è oggi divenuto una comunità educativa integrata e prosperosa per i bambini tibetani bisognosi in esilio, così come per quelle centinaia che sono fuggiti dal Tibet negli ultimi anni. Ha creato delle filiali in India che si estendono dal Ladakh nel nord, a Bylakuppe nel sud, con oltre 14.000 bambini sotto la sua protezione. 40 anni non sono certo un breve periodo nella vita di ognuno, né tanto meno nell'esistenza del Tibetan Children's Village. Il TCV si rende conto della responsabilità che ha nei confronti del destino dei nostri bambini tibetani e della benevolenza delle migliaia di donatori e amici in tutto il mondo che lo hanno sostenuto in tutti questi anni. Oggi siamo fieri di vedere che molte delle persone dei nostri villaggi siano utili nella Comunità Tibetana in virtù delle loro capacità ma, allo stesso tempo, ci rendiamo conto che ci sono alcuni bambini ai quali non è andata così bene. In considerazione di questo, sono stati fatti maggiori sforzi per migliorare di più la vita dei nostri bambini, consci delle lezioni e delle mancanze sperimentate in passato. Benché molto sia stato ottenuto, c'è ancora molta strada da fare per realizzare i nostri scopi e obiettivi, per provvedere ai bambini sotto la nostra protezione con le risorse necessarie e le opportunità di sviluppare le loro capacità al meglio. Come è stato evidenziato dal Santo Padre il Dalai Lama nel messaggio per il nostro 35mo anniversario, la futura direzione del nostro programma sarà nel campo dell'educazione avanzata negli studi specializzati per soddisfare la necessità di risorse umane della comunità "durante il nostro periodo di esilio e, molto più importante, quando verrà il nostro momento di ritornare in patria…". Noi dobbiamo sforzarci di migliorare la qualità dell'istruzione dei nostri bambini e della loro educazione culturale e sociale, senza necessariamente gravare sulla semplicità del nostro esule stile di vita. Tutto quello che abbiamo conseguito non sarebbe stato possibile senza l'ispirazione costante e benedetta di Sua Santità il Dalai Lama, così come l'instancabile supporto e comprensione del governo indiano. E, ovviamente, non saremmo riusciti a fare così tanto per i nostri bambini senza il continuo aiuto finanziario di tanti buoni amici nel mondo, specialmente il SOS Kinderdorf International, la spina dorsale del nostro supporto finanziario. Non ultimo, dobbiamo ringraziare e ricordare le molte mamme, collaboratori e insegnanti, di ora e del passato, che hanno dato molto della loro vita e del loro duro lavoro, semplicemente per la gioia di vedere messa al sicuro una vita significativa per i bambini. Sappiamo che non siamo alla fine del nostro cammino e che c'è ancora molto da fare, così come Sua Santità ha affermato, "i bambini sono i semi del futuro Tibet". Jetsun Pema
LA SITUAZIONE DEL TIBET Il 10 marzo 1959, esasperata dai soprusi e dalle vessazioni subite ad opera dei cinesi, entrati in Tibet nel 1950, un paese allora libero e indipendente, la popolazione di Lhasa insorse e il risentimento dei tibetani sfociò in un'aperta rivolta nazionale. Un imponente assembramento popolare si riunì intorno al Norbulinka, il Palazzo d'Estate, dove si trovava il Dalai Lama. Di fronte alle evidenti mire colonialiste della Cina, che brutalmente tacitava qualsiasi forma di resistenza, si accaniva sulla popolazione civile e, di fatto, esautorava lo stesso Dalai Lama da ogni potere, la gente chiese apertamente al governo di rifiutare ogni inutile compromesso con Pechino e, con grande determinazione, gridò ai cinesi di lasciare il Tibet. La parola d'ordine era "Libertà e Indipendenza". Sono passati quarantotto anni e la situazione in Tibet non è cambiata. A fronte delle moderate richieste del Dalai Lama, che dall'esilio chiede che al suo paese sia riconosciuta almeno una forma di reale autonomia in grado di consentire la sopravvivenza del patrimonio culturale tibetano, Pechino risponde con arroganza e infierisce sulla popolazione con disumani metodi repressivi sia fisici sia psicologici. Frustrati dalla mancanza di risultati concreti, un numero sempre maggiore di tibetani è deciso a mettere in gioco la propria vita perché il Tibet si possa salvare: come nel 1959, "Libertà e Indipendenza" sembra essere il grido che si leva dalle fila del popolo del Tibet. Agli eroi sconosciuti d'allora (tra il marzo e l'ottobre del 1959 morirono oltre 87.000 tibetani) si aggiungono i nomi di quelli dei nostri giorni: uomini e donne coraggiosi che hanno affrontato il carcere, le torture e la morte per aver pacificamente chiesto la libertà del loro paese. Tra i tanti, ricordiamo l'artista Ngawang Choephel, la monaca Ngawang Sangdrol e le sue compagne di cella nella prigione di Drapchi, il venerabile lama Palden Gyatso, Tenzin Delek Rinpoche, Chadrel Rinpoche, fino ai due giovanissimi tibetani trucidati barbaramente dalla polizia di frontiera cinese il 30 settembre 2006, al Passo Nangpa, mentre cercavano la via dell'esilio. Ma l'elenco sarebbe lunghissimo. Assieme a loro, non possiamo dimenticare Gedhun Choekyi Nyima, l'XI Panchen Lama, rapito dai cinesi nel 1995, all'età di soli sei anni. Da allora non si sono più avute sue notizie. Per tutti ci siamo battuti, abbiamo lanciato e sottoscritto appelli, raccolto firme. Purtroppo, né il sacrificio di tanti tibetani, né l'infaticabile ricerca di dialogo del Dalai Lama hanno finora scalfito la protervia di Pechino e ci domandiamo, con angoscia, quanti “10 marzo” dovremo ancora ricordare prima che la Terra delle Nevi possa nuovamente godere di pace e giustizia. Di fronte allo strapotere geopolitico, economico e militare della Cina la lotta sembra assolutamente impari e il Tibet è isolato, al di là dell'Himalaya, fuori dai giochi di interesse dei potenti della terra. Proprio per questo, chiediamo a chiunque abbia a cuore la libertà, la dignità e la cultura di un popolo di appoggiare la lotta non violenta del movimento tibetano in nome di quei valori e di quegli ideali sui quali vorremmo fondare il nostro domani e quello delle generazioni a venire. 









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